“La piccola posta” di Franca e Alberto

“Piccola posta” di Steno – con Franca Valeri, Alberto Sordi, Peppino De Filippo, Memmo Carotenuto, Nanda Primavera, Anna Maria Pancani, Amalia Pellegrini (Italia, 1955)

La Piccola Posta del titolo, si riferisce alla rubrica omonima di una rivista femminile, tenuta dalla finta contessa polacca Lady Eva (Franca Valeri), che risponde alle missive inviatele da donne di ogni tipo ed estrazione sociale, dispensando utili consigli per situazioni che la vita riserva loro. La rubrica in questione, conquista sempre più consensi, con le donne che, ammaliate e affascinate dai modi (all’apparenza) nobili che la dama dell’Est propone verso loro, affabulandole con un linguaggio colto e aristocratico e inventando anche neologismi all’occorrenza, inducendole a farle sognare di avere vite migliori. Tra le donne soggiogate da Lady Eva vi è una ricca signora ottantenne che, su suo consiglio, decide di trasferirsi in una casa di riposo, il cui fondatore e responsabile, il barone Rodolfo Vanzino Castefusano d’Arezzo (Alberto Sordi), è in realtà un perfido profittatore che pensa solo ad estorcere denaro alle anziane, quanto indifese, signore con metodi autoritari e militareschi. Entrambi i personaggi di Lady Eva e del barone, dall’altisonante quanto improbabile nome, sono lo specchio della perfidia e della furbizia che regna subdolamente nella società, pronta ad emergere quando le situazioni si fanno allettanti. Franca Valeri (sempre perfetta nella sua comicità sarcastica) attinge dalle nobildonne quel senso di superiorità morale che i titoli nobiliari conferiscono, ma in realtà dietro questa parvenza si cela solo un’approfittatrice sia nei confronti delle donne, sia nei confronti degli uomini (soggiogandoli per estorcere i loro beni). Altrettanto fa Alberto Sordi, che utilizza al meglio il suo registro imitando la perfidia e furbizia tipicamente italica, con questo personaggio finto nobile (con nome forse preso in prestito e leggermente storpiato dal regista del film stesso – barone Vanzino – Stefano Vanzina -). La coppia d’attori dimostra che le commedie italiane del dopoguerra, erano molto divertenti e garbatamente irriverenti, e mettevano a nudo tutto il substrato sociale che c’era allora e che purtroppo c’è ancora oggi, senza però mai scadere in un linguaggio scurrile per strappare risate, ma semplicemente enfatizzando l’uso di tic e comportamenti, descrivendo gli usi e i costumi della società in cui vivevano. Un perfetto mix di humor nero e leggero che ne fa un film pregevole, forse dimenticato, perché poco trasmesso dalle tv generaliste e non, ma che nulla ha da invidiare ad altre commedie più famose, forse perché più tramesse.

Federico Casamassima

“Piccola posta” (italia, 1955) – scene dal film

“Il grande capo” immaginato da Lars von Trier

“Il grande capo” (Direktoren for det hele) di Lars von Trier con Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridriksson, Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle, Henrik Prip, Mia Lyhne, Casper Christensen, Jean-Marc Barr, Louise Mieritz (Danimarca, Svezia, 2006)

Un film ambientato nella società scandinava all’interno di una grande azienda informatica, il cui capo supremo, non è mai comparso ma solo nominato dagli stessi dipendenti, che ne immaginano aspetti caratteriali diversi (perché le mail che ricevono sono diverse nel contenuto), ma che comunque sono sostanzialmente positivi seppur virtuali e fittizi. In realtà si tratta di un sotterfugio pensato e creato dal titolare stesso dell’azienda: fingersi un dipendente non tanto per essere un pari ma per cercare in qualche modo di sfuggire alle pressioni e alle responsabilità che un capo deve sopportare ed esercitare. Questa messa in scena (è proprio il caso di dire), viene messa a repentaglio quando decide di vendere l’azienda ad un imprenditore islandese che mette come condizione imprescindibile per la cessione, la presenza del suo corrispondente svedese. Entra così in scena un nuovo personaggio, scritturato per l’occasione con tanto di contratto firmato, che interpreta il fantomatico Capo. Questi però, incline al dogma teatrale drammaturgico di Gambini (nome di fantasia riconducibile ad Ibsen), accetta tale proposta ma una volta entrato a contatto con i dipendenti dell’azienda, si appropria fin troppo del suo personaggio di Capo, rispondendo o controbattendo con domande, alle curiosità che gli stessi dipendenti hanno sul suo conto, o meglio sulla sua figura fittizia, creata ad hoc dal vero capo. Sviscera così logiche e comportamenti di ognuno, proprio come fosse a teatro davanti ad una immensa platea, preoccupato più della performance attoriale che del giudizio che potrebbe avere l’acquirente islandese per la conclusione dell’affare. Ossessionato da ciò, tutto il canovaccio che dovrebbe recitare, per somigliare quanto più al Capo, pian piano si sgretola ed entrano in gioco altri meccanismi, e gli eventi successivi complicano il diabolico piano pensato dal vero Capo, sempre in bilico tra l’identità dell’attore di teatro e quella del personaggio interpretato nell’occasione. In un gioco di meta cinema (o teatro), il regista Las von Trier, (che compare all’inizio del film, riprendendo la finestra che funge da specchio, e che diventerà il luogo del dramma che si andrà a compiere) usa la propria voce fuori campo, ogni qualvolta l’azione lo richiede, per avvertire di quanto sia labile il confine che vi è tra finzione e realtà (quasi incomprensibile forse perché inesistente) e di quanto siano invece marcate le logiche che scaturiscono dai comportamenti degli esseri umani all’interno di un qualsiasi ambiente di lavoro, apparentemente scevro da moralità e perbenismo, ma comandato solo da logiche economiche, che annullano di fatto le persone come tali. Nel film non vi è un periodo temporale specifico, è quasi astratto: le scene a volte montate come un reportage spezzano i frame delle scene stesse per far vedere che i personaggi si muovono. Non c’è il naturale svolgimento di un’azione e l’uso di inquadrature esterne, sempre fisse sulle finestre dell’ufficio in questione (dove tutto si svolge e dove tutto si distrugge) fanno capire meglio quanto sia fittizio tutto il reale e di quanto l’essere umano si privi della sua vera identità, preferendo quella che si crea ad hoc per immergersi in quella cosa chiamata vita, e rinunciando a prendere le proprie responsabilità quando più fa comodo.

Federico Casamassima    

“Il grande capo” (Danimarca, Svezia, 2006) – Trailer ufficiale

“I Miserabili” (quelli di oggi)

I Miserabili di Ladj Ly con Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djibril Zonga, Issa Perica, Al-Hassan Ly, Steve Tientcheu, Jeanne Balibar, Sofia Lesaffre, Alexandre Picot (Francia, 2019)

Il film che prende in prestito il titolo dall’omonimo romanzo di Victor Hugo, narra le vicende ambientate in una periferia nell’odierna società francese multietnica e multiculturale, piena di contraddizioni che sfociano in situazioni drammatiche. La situazione in essere all’inizio del film, ovvero il tifo per la nazionale francese protagonista indiscussa dell’olimpo del calcio durante i mondiali, è il trait d’union che sembra accomunare la cittadinanza di ogni ordine, etnia e religione, ma in realtà è solo uno specchio per le allodole, infatti nei sobborghi delle periferie si cela ben altro. Ci sono molti protagonisti all’interno di essa: poliziotti che cercano di controllare i vari screzi tra etnie diverse, che sfociano in scontri e tafferugli che sono all’ordine del giorno. Ciò è necessario per marcare il territorio e ove possibile, conquistarne altro, il tutto regolato da dinamiche di potere. Le varie etnie costituiscono l’elemento che ne racconta la malavita che emerge ad ogni angolo, di una periferia priva di spazi sociali e culturali ma fatta solo di un agglomerato di cemento con la forma di palazzi enormi, tutti rigorosamente  uguali nelle geometrie e quasi incolori nell’aspetto. E poi ci sono le famiglie più povere, costrette all’omertà assoluta per vivere in modo dignitoso o per far tentare di vivere i loro figli, malcapitati esseri umani il cui destino ha riservato loro di vivere in una giungla suburbana. L’elemento che fa scoppiare la normale routine quotidiana di questa banlieu, è il rapimento per gioco di un cucciolo di leone, appartenente ad una famiglia circense che ne sollecita la restituzione immediata con metodi ovviamente criminali, minacciando la banda che controlla la zona. I tre poliziotti che si occupano del controllo della zona, vengono a sapere dell’accaduto ed iniziano così la ricerca, utilizzando metodi altrettanto poco ortodossi che implicano una collusione con le bande di zona. La situazione però sfugge loro di mano quando, nel ritrovare il piccolo artefice del rapimento del cucciolo di leone, questi viene colpito e ferito da uno dei tre poliziotti e ad aggravare di più il tutto, essi si accorgono che l’intera azione è stata ripresa da un drone che, qualora finisse nelle mani sbagliate, potrebbe essere usato come prova inconfutabile, e porre fine alle loro carriere, gettando discredito sull’intera categoria e sullo Stato. Nel film si evince di quanto siano in fondo tutti in modo diverso “miserabili”, nella loro condizione umana, siano essi poliziotti che tentano invano di ristabilire l’ordine (provocando in alcuni di essi crisi di coscienze esistenziali), siano essi cittadini di varie estrazioni sociali e di diverse religioni contrastanti tra loro, e sia in ultimo i bambini che loro malgrado, protagonisti in negativo di una realtà che non permette di fare una vita degna, anzi normale, per l’età che hanno, quella stessa che tutti i bambini vorrebbero (o dovrebbero) avere. L’uso dei piani sequenza in alcune parti del film, dimostra quanto a volte il cinema faccia un lavoro di taglio giornalistico, come se fosse un reportage nel quale lo spettatore non può decidere di non vedere la violenza, semplicemente cambiando canale dal telecomando, ma che venga “costretto” a vedere la realtà di quello che spesso non viene raccontato in modo asettico e solo in parte dai vari network televisivi ma solo in parte. Il “Cinema del reale” contrapposto alla “Tv della finzione”, in un gioco dei ruoli dove, sarebbe stato logico pensare il contrario, e invece oggi ci si accorge di quanto il “Cinema” nelle sue varie forme e declinazioni, abbia una funzione quasi storica nel descrivere tutto quello che non viene raccontato ma che vorremmo sapere.

Federico Casamassima 

“I Miserabili” (Les Misérables, 2019) – Trailer ufficiale

“Chocolat” con… Binoche

“Chocolat” di Lasse Hallström – con Juliette Binoche, Leslie Caron, Alfred Molina, Johnny Depp, Lena Olin (Usa, 2000)

Film tratto dall’omonimo romanzo di Joanne Harris, narra le vicende di Vianne (Juliette Binoche) e di sua figlia Anouk. Le protagoniste giungono accompagnate da un gelido vento, nella piccola e fiabesca località di di Lansquenet-sous-Tannes, in Francia, dove tutto è scandito e regolato dalla “Tranquillité” (che la voce fuori campo ci ricorda), istituita dal sindaco moralista che vuol normare tutti i comportamenti. Questi è intento a predicare queste norme anche agli abitanti più piccoli e perfino al sacerdote, asserendo che queste aiutano a portare avanti il senso comune e difendersi dalle minacce esterne. Insomma, apparentemente un perfetto meccanismo “svizzero” da lui creato, senza contaminazioni esterne che possano destabilizzare il loro ambiente. Tutto questo però, all’apparenza bello, perché sicuro, sembra essere messo a dura prova dall’arrivo della bellissima Vianne (Juliette Binoche) e della figlia Anouk, abbigliate come se fossero personaggi fiabeschi (Cappuccetto Rosso), con quel rosso intenso che induce alla passione ed al peccato, compreso il rossetto di Vianne, e che comincia a far spettegolare l’intera comunità, sempre ligia alle ferree ed indiscusse regole istituzionali. L’apertura di una cioccolateria, sembra stonare rispetto al paesaggio cittadino, preciso e quasi incolore. Con il passare dei giorni però, le perplessità insite della popolazione, sembrano pian piano cadere e sciogliersi, proprio come il cioccolato, preparato in piccole forme, contorniato da nastri colorati come se fossero gioielli con l’aggiunta di ingredienti “diversi”, poco usati nella pasticceria nella sua accezione più conosciuta, quali peperoncino, anch’esso rosso. Accorgendosi di ciò, l’integerrimo sindaco tenta con ogni mezzo di far tornare il suo popolo sulla retta via, ma lui stesso dovrà arrendersi al cambiamento, dopo aver assaggiato quel cioccolato, associato al peccato e alla perdizione, subendone il fascino e la tentazione mangiandolo di nascosto, durante la settimana della Santa Pasqua. Proprio come quel cioccolato che nell’essere lavorato sapientemente cambia forma e sostanza, anche il fiabesco paesino rappresentato nel film , subirà un cambiamento nella forma e nella sostanza.

Federico Casamassima

“Chocolat” (2000) – trailer ufficiale
Chocolat Original Soundtracks

Sul “Fronte del porto” con Marlon

“Fronte del porto” (On the Waterfront – Usa, 1954) di Elia Kazan con Rod Steiger, Lee J. Cobb, Karl Malden, Marlon Brando, Eva Marie Saint, Pat Henning

Ambientato nell’area portuale di New York, tra la nebbia e il freddo (che il bianco e nero rende ancora più realistico), affronta le vicende dei lavoratori del porto che caricano e scaricano le merci provenienti oltre oceano. Il lavoro viene però gestito da una banda di gangster potentissima che sfrutta e calpesta i diritti degli stessi portuali che silenti, celano il loro dolore fisico e piscologico con l’omertà assoluta dei fatti che si compiono. Chi tenta di collaborare con le forze dell’ordine la paga con la vita, ancor prima di presentarsi a deporre in tribunale. Tra coloro che vi lavorano, c’è Tarry Mallory (Marlon Brando), un giovane senza una reale prospettiva, con un passato da pugile, e un sogno spezzato da una scommessa clandestina a cui non si sottrae: perde intenzionalmente l’incontro che lo avrebbe consacrato nell’olimpo della boxe. Appare inizialmente compiacente e ignaro con l’entourage malavitoso, anche per la presenza ingombrante del fratello Charley (Rod Steiger), che cerca di avviarlo sempre più nel giro malavitoso, ma che ben presto si renderà conto che la sua vita non può proseguire in questo senso. Complice del cambiamento, saranno numerosi eventi: gli omicidi mascherati da incidenti sul lavoro di suoi colleghi-amici stretti, un prete che lo fa riflettere su ciò che brutalmente accade nella società corrotta e collusa con altri poteri, ed infine Edie Doyle (Eva Marie Saint), la giovane sorella del suo amico, ucciso per il coraggio che aveva avuto nel collaborare con le autorità. Grandissima interpretazione di Marlon Brando, suggellata con l’oscar, tra gli otto vinti dal film nelle varie categorie.

Federico Casamassima

“Fronte del porto” (On the Waterfront, 1954) – Trailer originale

“Carnage” in salsa Polanski

“Carnage” di Roman Polanski con Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly (Francia, Germania, Polonia, Spagna – 2011.)

In un tranquillo giorno di sole, in un parco di Brooklyn si svolge l’antefatto da cui scaturirà tutto il prosieguo del film: due adolescenti si scontrano fisicamente e dove uno dei due ne rimarrà offeso con due denti rotti, colpito da un bastone. Eccoci quindi nell’appartamento della “vittima” e dei suoi genitori, la pacifista e radical Penelope (Jodie Foster) e Michael Longstreet (John C. Reilly) marito accondiscendente quasi in tutto,  che invitano gli altri due genitori del figlio violento Alan (Christoph Waltz) e Nancy Cowan (Kate Winslet) entrambi molto presi e stressati dal proprio lavoro, e cercano di essere concilianti e mediare la situazione senza che ci possano essere ripercussioni future tra i due giovani. Inizialmente sembra che tutto si svolga in una calma (apparente), con sorrisi e apprezzamenti vicendevoli tra le due coppie. Ma man mano che si cerca di mediare, un incidente sconvolgerà tutto: la nausea di Nancy provocherà un conato di vomito sui preziosi libri vintage di Penelope. Iniziano ad emergere le differenze nette tra loro, sia sociali che caratteriali, sia tra le coppie e sia tra di loro, si paleseranno così tutte le ipocrisie sempre rimaste celate nella vita di tutti i giorni ma pronte ad emergere. I convenevoli iniziali sembrano un lontano ricordo, vengono formulate accuse reciproche sull’educazione dei figli e sul senso esistenziale della vita, ognuno colpevolizza l’altro. Le “maschere” caratteriali e sociali cadono sotto il più banale dei problemi, il massacro e lo sproloquio verbale dei quattro accresce con l’alcool, inizialmente offerto per riappacificare la situazione. L’arena di un appartamento newyorkese è il luogo perfetto dove si compie la “tragedia”, ovvero la subdola realtà  come “farsa”, in un crescendo fino allo sfinimento verbale e fisico (i quattro protagonisti ormai deboli ed ebbri per aver bevuto copiosamente tutta la bottiglia di un pregiato whiskey) annullano le differenze apparenti dell’inizio dell’incontro. Il perbenismo apparente si frantuma con l’egoismo e il rancore dei protagonisti. Un microcosmo interno dove tutto fuoriesce, proprio come nell’altro microcosmo del parco, dove i due adolescenti avevano litigato. In poco meno di 90 minuti tutto è condensato magistralmente. Una realtà vista nel dettaglio è sempre contorniata da problemi piccoli o grandi che siano. Roman Polanski segue con l’occhio freddo della cinepresa, in modo maniacale, come fosse un reportage di guerra, appunto la realtà stessa, andata in scena,  in un appartamento di New York. Il film è basato sull’opera teatrale Il Dio del massacro della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza.

Federico Casamassima

“Carnage” – Trailer (2011)

“Febbre a 90°” per l’Arsenal…

“Febbre a 90°”(Fever Pitch) di David Evans con Colin Firth, Stephen Rea, Ruth Gemmell  – UK, 1997

Tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby, il film ne sviscera principalmente un arco temporale limitato, fine anni ottanta (precisamente 1989),  con qualche rimando alla età adolescenziale (un po’ turbata) del protagonista. Il giovane Paul (Colin Flirth), insegnante di letteratura in una scuola superiore e al contempo allenatore di calcio della stessa, è un punto di riferimento per i suoi studenti, che lo acclamano per i suoi metodi poco inclini alle ferree regole informali, con il suo carattere sincero e disponibile al dialogo con tutti. Nell’ambiente scolastico conosce la sua collega Sarah Hughes (Ruth Gemmell), caratterialmente opposta e ligia alle regole e ai metodi di insegnamento più consoni ad una scuola inglese. In verità, i due si scontrano verbalmente più volte, a causa dei cori da stadio provenienti dalla vicina aula, disturbando quindi la tranquillità che lei cerca di stabilire con i suoi studenti. Nasce una relazione che viene però messa in discussione dal rapporto viscerale che Paul ha per il calcio, essendo un accanito e appassionato tifoso dell’Arsenal, squadra del cuore del padre e che gli evoca quindi in generale ricordi felici della sua famiglia e in particolare della sua prima volta allo stadio, accompagnato dal genitore, anch’egli grande tifoso. Il rapporto sembra inclinarsi quando lui cerca di farle capire che la sua non solo è una semplice passione ma una ragione di vita che lo porta a vivere meglio, ma lei controbatte che oltre il calcio c’è altro, la vita stessa. Dopo continui litigi su ciò, si dividono, ma la notizia celata e poi scoperta da Paul, del fatto che Sarah metterà alla luce un bambino di cui lui è il padre, lo sconvolge: rimetterà  tutto in discussione e rifletterà su come e quanto tempo possa dedicare alla sua frenetica passione per l’Arsenal. Nel frattempo accade qualcosa di impensabile: l’Arsenal si giocherà la vittoria del campionato nell’ultima partita con il Liverpool in trasferta e Paul decide di non seguire la squadra, ma di rimanere a casa, seguendo la partita in tv con un suo vecchio amico. Nella diretta televisiva, l’adrenalina sale e Paul, non si accorge subito che al citofono di casa, l’aspetta Sarah, che capisce quanto sia importante il calcio e cerca un modo per scusarsi dei suoi rigidi comportamenti. Lui, solo dopo che la partita volge al termine, con un gol all’ultimo minuto, che decreterà l’agognato successo dell’Arsenal, sarà trascinato dai festeggiamenti dei tifosi e la incontrerà per le vie di Highbury (quartiere che ospita lo stadio dell’Arsenal) a notte fonda, quando tutti saranno ebbri d’alcool e stanchi per la giornata evento, anche lei trascinata dagli stessi e inizialmente sorpresa ma divertita.

Federico Casamassima

“Febbre a 90°”(Fever Pitch) Trailer – 1997

“La cena dei cretini” è sempre in… cinema

“La cena dei cretini” (Le dîner de cons) Un film di Francis Veber con Jacques Villeret, Francis Huster, Thierry Lhermitte, Daniel Prévost, Catherine Frot. Francia, 1998

Trasposizione della pièce teatrale dello stesso regista. Il film narra la subdola idea di organizzare tra un gruppo di amici ricchi ma al contempo annoiati dal ménage famigliare, una volta a settimana (il mercoledì), la famosa “cena dei cretini”, che consiste nell’invitare un cretino per definizione, ridicolizzandolo durate la cena, e facendo divertire tutti gli altri commensali, rendendo la serata piacevole. L’editore Pierre Brochant (Thierry Lhermitte), su segnalazione di un suo amico, invita a cena l’incauto e sprovveduto François Pignon (Jacques Villeret), impiegato del ministero delle finanze, appassionato nel costruire modellini usando solo fiammiferi. A seguito di ciò, in un gioco di equivoci e situazioni imbarazzanti, perfettamente miscelate e incastrate l’un l’altra, grazie a un effetto domino a non finire, il cretino “patentato” della cena, si dimostrerà qualcos’altro, sbeffeggiando il padrone di casa e facendolo riflettere su come sia vile il comportamento di organizzare una cena, deridendo chi è più debole solo allo scopo di divertire un po’. Vincitore di tre premi César per gli attori Jaques Villeret e Daniel Prévost e la sceneggiatura, e di due premi Lumière per l’attore Jaques Villeret e la sceneggiatura.

Federico Casamassima

“La cena dei cretini” (Le dîner de cons) 1998 – Trailer

Tutti con Jean-Paul alla scoperta della verità

Il cadavere del mio nemico” (“Le corps de mon ennemi”, 1976) di Henri Verneuil, con Jean-Paul Belmondo, Benard Blier e Marie-France Pisier

Film tratto dall’omonimo romanzo di Félicien Marceau, racconta le vicende di François Leclerc (Jean-Paul Belmondo), giovane dedito alla bella vita, che dopo molte conquiste “ufficiose”, diviene l’amante di Gilberte Liégeard (Marie-France Pisier), la figlia del potente imprenditore Jéan-Baptiste Liégeard (Benard Blier),  proprietario dell’industria tessile della piccola città di Cournai. Il protagonista vi ritornerà dopo sette anni di prigione per duplice omicidio, causata da un regolamento di conti di un lucroso traffico di droga senza averne contezza, verificatosi nel night club da lui gestito. Ripercorre le vecchie strade del suo passato attraverso i luoghi che dal nulla lo hanno portato nell’alta società (e alla bella vita), dalla maestosa villa della bellissima e mai dimenticata amante Gilberte, fino al suo fidatissimo socio Raphael. Lo aiuteranno nella sua intricata indagine, con pazienza e dedizione nel cercare i particolari più insignificanti, gli stessi nascosti proprio come la verità.  Un thriller noir senza nessuna pausa, in cui man mano si scoprono le carte, come nella finta partita di poker, organizzata ad hoc, che gli servirà come pretesto per scoprire il vero assassino e per riacquistare quel senso di libertà assoluta, senza più pensare a ciò che è stato, per andare verso una nuova vita, la sua più grande conquista dopo aver conquistato molte donne.

Federico Casamassima

Jack e Walter, in causa “Non per soldi ma per denaro”

“Non per soldi ma per denaro” (The fortune cookie”, 1966) di Billy Wilder, con Walter Matthau, Jack Lemmon, Judi West

Harry Hinkle (Jack Lemmon), un giovane cameraman della tv americana CBS, viene inviato al Cleveland Stadium per filmare una partita di rugby, durante la quale si procura un piccolo incidente fisico, scontrandosi in modo fortuito con un aiutante giocatore durante un’azione di gioco. All’arrivo in ospedale per accertamenti,  suo cognato Willie (Walter Matthau), avvocato di modesta fama ma senza scrupoli, pensa di sfruttare la situazione, denunciando la società assicurativa, per estorcere più denaro possibile. Chiede un risarcimento milionario, dichiarando falsamente un grave danno fisico (dagli esami non risulta nulla di grave). Per fare questo però, deve convincere l’integerrimo cognato e amico Harry, a fingersi in uno stato di immobilità assoluta agli occhi di tutti, fino al giorno dell’udienza in tribunale tra le parti avverse. Userà la ex moglie di Harry, che preoccupata per l’incidente lo contatta nel letto dell’ospedale, innescando in lui una voglia e un sentimento di riconquista, dopo che la stessa è fuggita con un altro uomo. Il povero Harry, soggiogato dal cognato Willie, inizierà a fare tutto quello che occorre per cercare di incastrare l’assicurazione, con innumerevoli visite per accertare e stabilire realmente il suo stato fisico, con tanto di escamotage creati ad hoc, come l’iniezione di un medicinale che possa paralizzare momentaneamente il malcapitato Harry. La ditta assicuratrice, fiuta sempre più un inganno mal celato, e decide di assolvere un detective per  controllarne tutti i movimenti,  piazzando microfoni nel suo appartamento e  una cinepresa fissa nell’abitazione di fronte, nella speranza che possano registrare una o più prove schiaccianti, utili come prova nell’udienza al tribunale. Viene aiutato nelle faccende domestiche da Luther, il giocatore di rugby che afflitto dai sensi di colpa, cerca di rendersi utile, divenendo quasi una presenza fissa nella sua vita di recluso. Questo, fino al momento in cui si ripresenterà la ex moglie Sandy (Judi West), apparentemente pentita e decisa a riavvicinarsi a lui. Ammaliandolo e provocandolo fisicamente, ignara all’inizio del piano architettato da Willie, ma decisa poi a riconquistarlo, dopo aver saputo la cifra richiesta ne diventa complice anch’essa, ben sapendo però che il suo ex marito Harry, ligio alle regole e al savoir faire ma non al suo indiscutibile fascino femminile, difficilmente reggerà a lungo, mentendo spudoratamente. Dialoghi perfetti scritti e diretti da Billy Wilder, magistralmente interpretati da Jack Lemmon e Walther Matthau, quest’ultimo vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista

Federico Casamassima

“Non per soldi ma per denaro” (The Fortune Cookie, 1966) – Trailer originale