“Il grande capo” immaginato da Lars von Trier

“Il grande capo” (Direktoren for det hele) di Lars von Trier con Jens Albinus, Peter Gantzler, Fridrik Thor Fridriksson, Benedikt Erlingsson, Iben Hjejle, Henrik Prip, Mia Lyhne, Casper Christensen, Jean-Marc Barr, Louise Mieritz (Danimarca, Svezia, 2006)

Un film ambientato nella società scandinava all’interno di una grande azienda informatica, il cui capo supremo, non è mai comparso ma solo nominato dagli stessi dipendenti, che ne immaginano aspetti caratteriali diversi (perché le mail che ricevono sono diverse nel contenuto), ma che comunque sono sostanzialmente positivi seppur virtuali e fittizi. In realtà si tratta di un sotterfugio pensato e creato dal titolare stesso dell’azienda: fingersi un dipendente non tanto per essere un pari ma per cercare in qualche modo di sfuggire alle pressioni e alle responsabilità che un capo deve sopportare ed esercitare. Questa messa in scena (è proprio il caso di dire), viene messa a repentaglio quando decide di vendere l’azienda ad un imprenditore islandese che mette come condizione imprescindibile per la cessione, la presenza del suo corrispondente svedese. Entra così in scena un nuovo personaggio, scritturato per l’occasione con tanto di contratto firmato, che interpreta il fantomatico Capo. Questi però, incline al dogma teatrale drammaturgico di Gambini (nome di fantasia riconducibile ad Ibsen), accetta tale proposta ma una volta entrato a contatto con i dipendenti dell’azienda, si appropria fin troppo del suo personaggio di Capo, rispondendo o controbattendo con domande, alle curiosità che gli stessi dipendenti hanno sul suo conto, o meglio sulla sua figura fittizia, creata ad hoc dal vero capo. Sviscera così logiche e comportamenti di ognuno, proprio come fosse a teatro davanti ad una immensa platea, preoccupato più della performance attoriale che del giudizio che potrebbe avere l’acquirente islandese per la conclusione dell’affare. Ossessionato da ciò, tutto il canovaccio che dovrebbe recitare, per somigliare quanto più al Capo, pian piano si sgretola ed entrano in gioco altri meccanismi, e gli eventi successivi complicano il diabolico piano pensato dal vero Capo, sempre in bilico tra l’identità dell’attore di teatro e quella del personaggio interpretato nell’occasione. In un gioco di meta cinema (o teatro), il regista Las von Trier, (che compare all’inizio del film, riprendendo la finestra che funge da specchio, e che diventerà il luogo del dramma che si andrà a compiere) usa la propria voce fuori campo, ogni qualvolta l’azione lo richiede, per avvertire di quanto sia labile il confine che vi è tra finzione e realtà (quasi incomprensibile forse perché inesistente) e di quanto siano invece marcate le logiche che scaturiscono dai comportamenti degli esseri umani all’interno di un qualsiasi ambiente di lavoro, apparentemente scevro da moralità e perbenismo, ma comandato solo da logiche economiche, che annullano di fatto le persone come tali. Nel film non vi è un periodo temporale specifico, è quasi astratto: le scene a volte montate come un reportage spezzano i frame delle scene stesse per far vedere che i personaggi si muovono. Non c’è il naturale svolgimento di un’azione e l’uso di inquadrature esterne, sempre fisse sulle finestre dell’ufficio in questione (dove tutto si svolge e dove tutto si distrugge) fanno capire meglio quanto sia fittizio tutto il reale e di quanto l’essere umano si privi della sua vera identità, preferendo quella che si crea ad hoc per immergersi in quella cosa chiamata vita, e rinunciando a prendere le proprie responsabilità quando più fa comodo.

Federico Casamassima    

“Il grande capo” (Danimarca, Svezia, 2006) – Trailer ufficiale

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