Il traditore di Marco Bellocchio: al cinema la storia di Tommaso Buscetta, da membro di Cosa Nostra a collaboratore di giustizia

Il film di Marco Bellocchio, fin dal suo titolo, Il traditore, racconta nei dettagli la storia di Tommaso Buscetta, il primo “mafioso” che ha collaborato con lo Stato, scardinando tutto il sistema parallelo ad esso. C’è da dire però che lo stesso Buscetta prende le distanze dalla parola “mafia”, sentendosi affiliato piuttosto a Cosa Nostra, un’organizzazione criminale che lui afferma essere “d’onore”, dove alle donne e ai bambini non veniva fatto del male perché il regolamento dei conti era tra soli uomini. È per questo che durante il suo primo incontro con Falcone, Buscetta affermerà con veemenza di essere stato tradito da quelli che erano i principi di Cosa Nostra, e non un traditore, come venne definito dai clan vicini al nuovo capo dei capi Totò Riina.

Riina, appunto, cambierà le regole di quella organizzazione anti-stato, o per meglio dire, di stato parallelo: chiunque non era in linea con la sua “dottrina”, sarebbe stato ucciso insieme ai suoi congiunti delle generazioni presenti e future, fino al 20° grado di parentela, cioè tutte con lo stesso sangue dello stesso ceppo famigliare, dello stesso albero genealogico.

Nel film viene ricostruita l’intera storia di Buscetta, partendo da una festa del settembre 1980, dove lui e altri “adepti” di Cosa Nostra, scattano una foto per immortalare la loro “amicizia” e il loro legame lavorativo. Il tutto scorre in modo molto didascalico, con tanto di date e luoghi come elemento stilistico per suddividere le scene e i vari archi temporali della storia.

Altra caratteristica della sequenza del processo, in tribunale, è la costruzione scenica teatrale di tutti gli elementi che la compongono: dai giudici sullo scranno più alto, rappresentanti della legge, passando per tutti i boss delle varie famiglie affiliate a Riina, che inveiscono all’entrata nell’aula di Buscetta, tra i flash dei fotografi che, con la loro luce, ne amplificano il ruolo di “traditore”, come se fosse una star che esce dalla macchina, percorrendo il red carpet prima di entrare alla prima di un film o di un evento glamour. La durata del film, circa due ore e mezza, non appesantisce la visione ma appare come una scrupolosa ricerca del caso Buscetta, che Bellocchio racconta in modo giornalistico, andando a prelevare i dialoghi direttamente dalle deposizioni giuridiche, riportandoli tali e quali nel film. Ancora una volta, come del resto in quelle precedenti, Bellocchio rende sublime la narrazione cinematografica, con l’aiuto prezioso di Pierfrancesco Favino nel ruolo di Buscetta, definendo il cinema come arte, come un quadro, un affresco che bisogna guardare, contemplare, e stupirsi della bellezza che ne deriva. Questo è semplicemente il Cinema al suo stato puro.

Federico Casamassima