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“Febbre a 90°” per l’Arsenal…

“Febbre a 90°”(Fever Pitch) di David Evans con Colin Firth, Stephen Rea, Ruth Gemmell  – UK, 1997

Tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby, il film ne sviscera principalmente un arco temporale limitato, fine anni ottanta (precisamente 1989),  con qualche rimando alla età adolescenziale (un po’ turbata) del protagonista. Il giovane Paul (Colin Flirth), insegnante di letteratura in una scuola superiore e al contempo allenatore di calcio della stessa, è un punto di riferimento per i suoi studenti, che lo acclamano per i suoi metodi poco inclini alle ferree regole informali, con il suo carattere sincero e disponibile al dialogo con tutti. Nell’ambiente scolastico conosce la sua collega Sarah Hughes (Ruth Gemmell), caratterialmente opposta e ligia alle regole e ai metodi di insegnamento più consoni ad una scuola inglese. In verità, i due si scontrano verbalmente più volte, a causa dei cori da stadio provenienti dalla vicina aula, disturbando quindi la tranquillità che lei cerca di stabilire con i suoi studenti. Nasce una relazione che viene però messa in discussione dal rapporto viscerale che Paul ha per il calcio, essendo un accanito e appassionato tifoso dell’Arsenal, squadra del cuore del padre e che gli evoca quindi in generale ricordi felici della sua famiglia e in particolare della sua prima volta allo stadio, accompagnato dal genitore, anch’egli grande tifoso. Il rapporto sembra inclinarsi quando lui cerca di farle capire che la sua non solo è una semplice passione ma una ragione di vita che lo porta a vivere meglio, ma lei controbatte che oltre il calcio c’è altro, la vita stessa. Dopo continui litigi su ciò, si dividono, ma la notizia celata e poi scoperta da Paul, del fatto che Sarah metterà alla luce un bambino di cui lui è il padre, lo sconvolge: rimetterà  tutto in discussione e rifletterà su come e quanto tempo possa dedicare alla sua frenetica passione per l’Arsenal. Nel frattempo accade qualcosa di impensabile: l’Arsenal si giocherà la vittoria del campionato nell’ultima partita con il Liverpool in trasferta e Paul decide di non seguire la squadra, ma di rimanere a casa, seguendo la partita in tv con un suo vecchio amico. Nella diretta televisiva, l’adrenalina sale e Paul, non si accorge subito che al citofono di casa, l’aspetta Sarah, che capisce quanto sia importante il calcio e cerca un modo per scusarsi dei suoi rigidi comportamenti. Lui, solo dopo che la partita volge al termine, con un gol all’ultimo minuto, che decreterà l’agognato successo dell’Arsenal, sarà trascinato dai festeggiamenti dei tifosi e la incontrerà per le vie di Highbury (quartiere che ospita lo stadio dell’Arsenal) a notte fonda, quando tutti saranno ebbri d’alcool e stanchi per la giornata evento, anche lei trascinata dagli stessi e inizialmente sorpresa ma divertita.

Federico Casamassima

“Febbre a 90°”(Fever Pitch) Trailer – 1997

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“La cena dei cretini” è sempre in… cinema

“La cena dei cretini” (Le dîner de cons) Un film di Francis Veber con Jacques Villeret, Francis Huster, Thierry Lhermitte, Daniel Prévost, Catherine Frot. Francia, 1998

Trasposizione della pièce teatrale dello stesso regista. Il film narra la subdola idea di organizzare tra un gruppo di amici ricchi ma al contempo annoiati dal ménage famigliare, una volta a settimana (il mercoledì), la famosa “cena dei cretini”, che consiste nell’invitare un cretino per definizione, ridicolizzandolo durate la cena, e facendo divertire tutti gli altri commensali, rendendo la serata piacevole. L’editore Pierre Brochant (Thierry Lhermitte), su segnalazione di un suo amico, invita a cena l’incauto e sprovveduto François Pignon (Jacques Villeret), impiegato del ministero delle finanze, appassionato nel costruire modellini usando solo fiammiferi. A seguito di ciò, in un gioco di equivoci e situazioni imbarazzanti, perfettamente miscelate e incastrate l’un l’altra, grazie a un effetto domino a non finire, il cretino “patentato” della cena, si dimostrerà qualcos’altro, sbeffeggiando il padrone di casa e facendolo riflettere su come sia vile il comportamento di organizzare una cena, deridendo chi è più debole solo allo scopo di divertire un po’. Vincitore di tre premi César per gli attori Jaques Villeret e Daniel Prévost e la sceneggiatura, e di due premi Lumière per l’attore Jaques Villeret e la sceneggiatura.

Federico Casamassima

“La cena dei cretini” (Le dîner de cons) 1998 – Trailer
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Tutti con Jean-Paul alla scoperta della verità

Il cadavere del mio nemico” (“Le corps de mon ennemi”, 1976) di Henri Verneuil, con Jean-Paul Belmondo, Benard Blier e Marie-France Pisier

Film tratto dall’omonimo romanzo di Félicien Marceau, racconta le vicende di François Leclerc (Jean-Paul Belmondo), giovane dedito alla bella vita, che dopo molte conquiste “ufficiose”, diviene l’amante di Gilberte Liégeard (Marie-France Pisier), la figlia del potente imprenditore Jéan-Baptiste Liégeard (Benard Blier),  proprietario dell’industria tessile della piccola città di Cournai. Il protagonista vi ritornerà dopo sette anni di prigione per duplice omicidio, causata da un regolamento di conti di un lucroso traffico di droga senza averne contezza, verificatosi nel night club da lui gestito. Ripercorre le vecchie strade del suo passato attraverso i luoghi che dal nulla lo hanno portato nell’alta società (e alla bella vita), dalla maestosa villa della bellissima e mai dimenticata amante Gilberte, fino al suo fidatissimo socio Raphael. Lo aiuteranno nella sua intricata indagine, con pazienza e dedizione nel cercare i particolari più insignificanti, gli stessi nascosti proprio come la verità.  Un thriller noir senza nessuna pausa, in cui man mano si scoprono le carte, come nella finta partita di poker, organizzata ad hoc, che gli servirà come pretesto per scoprire il vero assassino e per riacquistare quel senso di libertà assoluta, senza più pensare a ciò che è stato, per andare verso una nuova vita, la sua più grande conquista dopo aver conquistato molte donne.

Federico Casamassima

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Jack e Walter, in causa “Non per soldi ma per denaro”…

“Non per soldi ma per denaro” (The fortune cookie”, 1966) di Billy Wilder, con Walter Matthau, Jack Lemmon, Judi West

Harry Hinkle (Jack Lemmon), un giovane cameraman della tv americana CBS, viene inviato al Cleveland Stadium per filmare una partita di rugby, durante la quale si procura un piccolo incidente fisico, scontrandosi in modo fortuito con un aiutante giocatore durante un’azione di gioco. All’arrivo in ospedale per accertamenti,  suo cognato Willie (Walter Matthau), avvocato di modesta fama ma senza scrupoli, pensa di sfruttare la situazione, denunciando la società assicurativa, per estorcere più denaro possibile. Chiede un risarcimento milionario, dichiarando falsamente un grave danno fisico (dagli esami non risulta nulla di grave). Per fare questo però, deve convincere l’integerrimo cognato e amico Harry, a fingersi in uno stato di immobilità assoluta agli occhi di tutti, fino al giorno dell’udienza in tribunale tra le parti avverse. Userà la ex moglie di Harry, che preoccupata per l’incidente lo contatta nel letto dell’ospedale, innescando in lui una voglia e un sentimento di riconquista, dopo che la stessa è fuggita con un altro uomo. Il povero Harry, soggiogato dal cognato Willie, inizierà a fare tutto quello che occorre per cercare di incastrare l’assicurazione, con innumerevoli visite per accertare e stabilire realmente il suo stato fisico, con tanto di escamotage creati ad hoc, come l’iniezione di un medicinale che possa paralizzare momentaneamente il malcapitato Harry. La ditta assicuratrice, fiuta sempre più un inganno mal celato, e decide di assolvere un detective per  controllarne tutti i movimenti,  piazzando microfoni nel suo appartamento e  una cinepresa fissa nell’abitazione di fronte, nella speranza che possano registrare una o più prove schiaccianti, utili come prova nell’udienza al tribunale. Viene aiutato nelle faccende domestiche da Luther, il giocatore di rugby che afflitto dai sensi di colpa, cerca di rendersi utile, divenendo quasi una presenza fissa nella sua vita di recluso. Questo, fino al momento in cui si ripresenterà la ex moglie Sandy (Judi West), apparentemente pentita e decisa a riavvicinarsi a lui. Ammaliandolo e provocandolo fisicamente, ignara all’inizio del piano architettato da Willie, ma decisa poi a riconquistarlo, dopo aver saputo la cifra richiesta ne diventa complice anch’essa, ben sapendo però che il suo ex marito Harry, ligio alle regole e al savoir faire ma non al suo indiscutibile fascino femminile, difficilmente reggerà a lungo, mentendo spudoratamente. Dialoghi perfetti scritti e diretti da Billy Wilder, magistralmente interpretati da Jack Lemmon e Walther Matthau, quest’ultimo vincitore dell’Oscar come miglior attore non protagonista

Federico Casamassima

“Non per soldi ma per denaro” (The Fortune Cookie, 1966) – Trailer originale

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Un viaggio nel Neorealismo con “il ferroviere” Pietro Germi

(“Il ferroviere”, di e con Pietro Germi – 1956)

Il film racconta  le vicende del macchinista di treni Andrea Marcacci (Pietro Germi) nell’Italia post bellica della seconda guerra mondiale, tra problemi di varia natura, ricostruzione morale e economica di un paese intero dalle macerie che la stessa ha lasciato. File rouge della pellicola è la voce fuori campo del figlio più piccolo che narra gesti, consuetudini e comportamenti del protagonista.  Nel lasso temporale non ben definito, ma che ha come inizio e come fine le notti di Natale protagoniste, il ferroviere Andrea stanco e provato fisicamente dal suo lavoro, la sera si concede una bevuta di vino con i suoi amici nella vicina osteria, prima di ritornare a casa, in un ambiente famigliare, magari protetto ma mai privo di problemi e conflitti parentali. Il suo ruolo di padre e capofamiglia, si concilia ben poco con le continue liti dei figli più grandi che per motivi diversi, danno dispiaceri e lo fanno sentire ancora più inutile di quanto già non lo faccia sentire il suo modesto ma duro lavoro. La figlia abbandonerà il tetto coniugale, dopo aver dato alla luce un figlio già morto e additata al pubblico ludibrio (quello del vicinato) come una poco di buono da lui stesso e altrettanto l’altro figlio grande, sempre in collisione per un’esistenza vissuta ai margini, e al tempo stesso nascosta per le sue frequentazioni discutibili con persone di malaffare. Entrambi scapperanno di casa, lasciandolo con la moglie e il piccolo figlio narratore nel film. In aggiunta ai problemi che la famiglia dà, ne sopraggiungono altri in seguito ad un incidente capitatogli sul lavoro, durante il quale non si accorge di un uomo che si getta contro il treno perdendo la vita. Il fatto, pur senza che ne sia direttamente responsabile, provoca in lui un trauma psicologico che lo porterà alla solitudine lavorativa (verrà additato come crumiro per il non partecipare a manifestazioni sindacali in difesa dei diritti sul lavoro, cercando di riacquisire un ruolo all’altezza dopo incarichi di secondo piano affidati a causa dell’incidente)  all’abbandono totale all’alcool, aumentando i suoi problemi di salute già precari. Sarà la notte di Natale a farlo riavvicinare alla famiglia al completo, trascinato quasi a forza per la sua debolezza fisica dal figlio più piccolo, facendolo riappacificare con i due figli ribelli, ma durerà pochissimo, il tempo che tutti tornino alle loro vite dopo la festa di Natale. Rasserenato da ciò, sarà colto da un malore cardiaco. Un film immerso nel Neorealismo in cui si indagano i problemi di quell’Italia anni cinquanta, intrisa ancora di povertà e spaesamento verso quel processo di cambiamento socio-economico culturale che si stava affacciando, a cui non tutti erano pronti. Vincitore del nastro d’argento per la miglior regia a Pietro Germi.  

Federico Casamassima

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Uno spaccato di società americana, per mano dello “spaccone” Paul Newman

(“Lo spaccone” di Robert Rossen, con Paul Newman, Piper Laurie – 1961)

Eddie Falson (Paul Newman) è un giocatore di biliardo con un innato talento, ma senza che questo lo porti a nulla, privo di buon senso in quanto caratterialmente “spaccone”, ovvero oltremodo altezzoso e intimamente convinto di essere il migliore di tutti nel gioco del biliardo. In effetti lo è, ma frenato dai suoi comportamenti e vizi che lo bloccano e lo inducono in uno stato di sfruttamento del suo talento da parte di un manager altrettanto ambizioso e privo di scrupoli. In tutto ciò, oltre alla dipendenza da alcool e “lavorativa”, tenta l’impossibile: un viaggio verso la sfida al re del biliardo “Minnesota Fats” (Jackie Gleason) , il passe-partout verso una indiscussa consacrazione da parte di  tutti. In questo tormentato viaggio, abbandonerà prima l’amico-manager di sempre, ma incontrerà Piper Laurie (Sarah Packard), il suo corrispettivo femminile, altrettanto dedita all’alcool, sola e senza una reale prospettiva di vita. Una perfetta ed ambigua relazione corrosiva, fatta di solitudine ed eccessi,  in cui entrambi si rovinano e annullano a vicenda (con conseguenze fisiche drammatiche). Alla fine il giovane “bello e dannato” Eddie, riuscirà a sfidare l’asso del biliardo, riuscendo stavolta a vincere, ottenendo quindi la giusta consacrazione che merita, sia come uomo nella società americana, sia verso se stesso. Riuscirà a togliersi le catene, conquistando la libertà tanto agognata. Il riscatto sociale dopo il baratro infernale. Grande film  suggellato dall’oscar alla fotografia (perfetta nel suo bianco e nero fumoso) ad Eugene Schüfftan e alla scenografia al duo Harry Horner e Gene Calahan. Lo stesso personaggio sarà ripreso nel film “Il colore dei soldi” molti anni dopo dal bello ma non più giovane Paul Newman, diretto da Martin Scorsese.

Federico Casamassima

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Una “Gansters Story” sparata d’impatto nella “New Hollywood”

(“Bonnie and Clyde” di Arthur Penn – 1967)

Ambientato negli anni trenta, nella piccola città di Midlothian, in Texas, narra le vicissitudini di due persone ai margini della società, la cameriera Bonnie Parker (Faye Dunaway) e il rapinatore di banche Clyde Barrow (Warren Beatty). Entrambi si incontrano per casualità (o destino), sognando quello che non possono avere (come le torte in una vetrina della pasticceria), e tentano la strada più corta per arrivare alla ricchezza e al successo mediatico, ovvero il crimine. Prima diventano soci e complici, poi amanti in un rapporto bello e dannato, come loro stessi, adulti nella vita reale e adolescenti in quella immaginaria, privi di regole, prigionieri e carnefici di tutto ciò che li circonda e che vorrebbero possedere senza se e senza ma. Il fascino del crimine li attira e li ipnotizza in un gioco vorticoso di sentimenti e passioni tra loro incontrollabili, infrangendo leggi e tabù di quell’America censoria ad ogni livello (compreso nel cinema con il codice Hays, dove scene violente, non erano permesse). La mitizzazione della violenza off-limits, dove entrambi si crogiolano, senza distinguerne il rapporto stesso e le sue devianze. Bonnie, bellissima nel suo corpo sensuale, sia esso con veli o senza, ne “incarna” la passione e il desiderio di entrambi i sessi (modello di riferimento femminile nel vestire con eleganza negli abiti, e maschile per il corpo perfetto e coperto che ne suscita il desiderio sessuale). Allo stesso modo Clyde, altrettanto elegante nel vestire e con volto e sguardo un po’ misterioso e quindi affascinante, sempre pronto a duettare nei dialoghi con la controparte femminile. Eroi fittizi “a scadenza”, per una società al limite della povertà, abbandonata a se stessa, al contempo perdenti “senza tempo” nelle loro vite; annoverati nella Storia, come cattivi esempi di cui ogni società moderna deve fare assolutamente a meno, non emulandone le loro gesta per dare il cattivo esempio all’America del New Deal, post depressione del 1929 di Rooseveltiana memoria. Le sequenze criminali, efferate e truculente (soprattutto l’ultima), annoverano il film nella Storia del Cinema, con sequenze mirabilmente girate con equilibrio e aspetti cromatici che ne esaltano i personaggi e il loro contesto.

Federico Casamassima

Bonnie and Clyde – Original Theatrical Trailer (1967)
Bonnie And Clyde (1967) Official Trailer #1
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“A piedi nudi nel parco” insieme a Jane e Robert

(“A piedi nudi nel parco” – “Barefoot in the Park” di Gene Sacks, 1968)

Da una trasposizione di una pièce teatrale di Neil Simon, ecco un film bello che merita di essere rivisto più volte, senza mai perdere il suo fascino. La storia strutturata anch’essa in un solo luogo (o quasi), all’interno di un appartamento al quinto piano di un vecchio palazzo nel Greenwich Village. I protagonisti,  due giovani sposi quali Paul (Robert Redford) e Corie (Jane Fonda), mai più antitetici tra loro, ma uniti dall’amore che li accoglie e li costringe ad iniziare la loro vita coniugale in un piccolo appartamento pieno di difetti, diventando anch’esso, il motore pulsante del film. Tutto sembra così diverso dalla passione e dai sogni che i novelli sposi avevano in mente, dopo le notti passate al Plaza Hotel, erano ignari di quello che stava per succedere loro di lì a poco. Tra il sogno e la realtà delle cose (negative e scombussolanti per lui, positive ed eccitanti per lei), c’è di mezzo il fare, anzi la madre di lei, che inizialmente contenta della vita coniugale che la figlia finalmente si apprestava a intraprendere, poi scettica e spaventata sul prosieguo, vedendo il loro appartamento. Incantata dall’istinto materno, non coglie inizialmente la prorompente voglia della figlia di far si che tutto sia bello e buono. Così, dopo aver assistito suo malgrado ad una cena alternativa nei gusti e nei luoghi, pian piano incomincia a realizzare, e si avvicina  alle posizioni e convinzioni del marito, giovane, ma forse anziano per gusti e regole. Tutto e di più accadrà nell’appartamento, quasi degno di un ruolo da protagonista assoluto, in cui tutto scorre e in cui tutto si crea e svanisce nel complicato e mai banale gioco dei ruoli tra marito e moglie. Dialoghi ficcanti e pungenti del genio Neil Simon, esaltano la indiscussa prova attoriale dei due protagonisti Jane Fonda (bellissima, elegantissima e poco incline a regole e diktat della società), e Robert Redford (l’esatto opposto, ligio alle regole e al buon senso, ma anch’egli bello ed elegante un po’ retrò nei gusti). Si ritroveranno entrambi, dopo una lite (tra le molte) durata una notte intera, dopo aver passato un serata “alternativa”, l’uno dorme ubriaco su una panchina, infrangendo così le sue regole e il suo stile a cui era stato sempre ligio, e lei preoccupata di dove fosse, lo cerca e lo trova nel parco del suddetto titolo del film, accorgendosi che forse ha esagerato nel suo comportamento (ovvero nel vedere la questione solo ed esclusivamente dal suo lato un po’ stravagante). Commedia d’altri tempi, leggera, colta, mai banale in cui tutto si incastra perfettamente, senza che ci si annoi mai.  

Federico Casamassima

Barefoot in the Park – Trailer (1968)
scena tratta dal film “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) – 1968
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Quella “strana coppia” del cinema americano

Completamente ambientato (o quasi) all’interno di un appartamento newyorkese, mette in scena quasi come fosse una pièce teatrale, le vite di due amici di vecchia data completamente diversi l’uno dall’altro. Oscar, il proprietario del suddetto appartamento, divorziato disordinato all’inverosimile, scevro da ogni obbligo e da ogni regola, ospita Felix anch’egli divorziato, in preda ad una crisi esistenziale dovuta al suo nuovo ruolo da single. La convivenza forzata sfocia in scene memorabili e litigi quasi matrimoniali, dove Oscar sembra il marito scansafatiche e Felix, ordinato maniacale che pulisce la casa, si mette in cucina scandendo gli orari dei pasti e organizzando ricette chic, prelibatezze a cui Oscar non sembra così incline al nuovo “ménage”. Commedia brillantissima con due geni della comicità come Walter Matthau (lento come un bradipo, dinoccolato e con il volto tipico da cartoon Disney), e Jack Lemmon, il suo esatto contrario naturale (pedante nell’eloquio e maniacale nell’organizzare la più piccola cosa). Un perfetto cocktail di divertimento, shakerato sapientemente da un altro genio della commedia scritta come Neil Simon, con dialoghi mai banali e che fanno scorrere il film come il meccanismo di un orologio svizzero, senza mai trovare un momento in cui ci si annoia, tra ironia pungente e dialoghi serrati tra i due amici-attori del film.

Federico Casamassima

trailer del film “La strana coppia” (The odd couple) – 1968
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Un “Velluto Blu” tagliato e firmato David Lynch

Ambientato nell’America residenziale, precisamente a Lumberton, una cittadina della California, illuminata dal sole, dove tutto sembra tranquillo e colorato, negli angoli più nascosti e bui si cela il male. L’apparente scenario multicolor è messo all’angolo, diventando a tinte fosche dopo il ritrovamento di un orecchio umano nascosto tra i prati abbandonati. Da qui comincia l’indagine segreta del protagonista Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan), deciso a far luce sul caso, collaborando con la polizia (o meglio con il padre poliziotto di una sua amica). Un lento “crescendo” di situazioni che lo portano dapprima ad avere  a che fare con una cantante blues Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), nel bel mezzo di un violento rapporto sessuale con un boss in stato alterato (Dennis Hopper). Chiuso nell’armadio Beaumont non può che osservare come un voyeur [forzato] la violenza fisica (fisica e dell’animo), prima di essere scoperto dalla vittima. La cantante se ne invaghisce, rovesciando il gioco dei ruoli, nel guardarsi vicendevolmente, come in un gioco di specchi, diventando indistinguibile quello che è da quello che appare. Un noir a tinte oniriche, con elementi narrativi che ne marcano ulteriormente l’aspetto tetro, quali: il fruscio delle foglie degli alberi di notte inquadrati dal basso verso l’alto, il sottofondo musicale ansiogeno, le inquadrature strette del particolare oggetto (il pertugio auricolare in putrefazione), le luci dell’abitacolo dell’auto (con soggettiva interna), mentre percorre strade notturne, illuminate quel tanto che basta per infondere suspense (espediente che il regista riutilizzerà anche in Mullhollande Drive). Ne deriva un film bello e puro, la cui immagine iniziale e finale, con il velluto blu a tutto schermo, lascia un senso di curiosità spinta alla morbosità, dove l’oscuro si cela dietro il drappo, e squarciandolo si scopre cosa c’è di brutto in questo mondo.

Federico Casamassima

colonna sonora del film “Blue Velvet” di David Lynch (1985)

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Quel “ciclone” di nome Leonardo

Correva l’anno 1996. Il cinema italiano stava scoprendo un nuovo autore, attore e regista, giunto dalla toscana, che di lì a breve sarebbe diventato il “golden boy” della commedia e soprattutto del botteghino, registrando record di incassi assoluti per l’epoca. Si tratta di Leonardo Pieraccioni, già rivelatosi scaltro con l’interpretazione della sua opera prima dell’anno precedente “I laureati”, e deciso a far il grande salto con un film più incentrato su di lui. Nel film “Il Ciclone”, si nota il suo stile, leggero e mai volgare, sempre pronto alla battuta con tutti, un po’ impacciato e timido con le donne, ma prodigo di consigli e spiegazioni laddove necessitano. All’inizio del film lo si vede in sella al suo fedele motorino che mai lo aveva abbandonato prima, narrare (con voce fuori campo), l’importanza di come “il ciclone” in qualsiasi situazione o circostanza, porti scompiglio nella vita di ogni persona e che, tutto quello che avverrà dopo di esso, sarà il frutto di un cambiamento di un percorso di vita, riflettendo sul fatto che se non ci fosse stato, sarebbe tutto uguale a prima. Già, in fondo è così. Se il simpatico Leonardo Pieraccioni non avesse avuto il coraggio di provare a fare un film più suo, ovvero sulla costruzione del suo personaggio, forse la sua carriera cinematografica sarebbe stata diversa. Si può anche dire però, analizzando il percorso dei suoi film successivi, che proprio il suo personaggio, forse stereotipato troppo nell’uso del dialetto toscano e dei comportamenti, lo abbia “cristallizzato” e non lo ha fatto evolvere, o per meglio dire, crescere. L’etichetta del “Peter Pan” moderno, gli ha giovato all’inizio, quando trentenne senza barba e con i capelli corti, cercava la sua occasione, dopo anni passati tra piazze e platee televisive nei vari cabaret, e in piccoli ruoli, forse dimenticati, come il fidanzato della transgender Anna Falchi, in un episodio del film “Miracolo italiano”, anche lì nella sua Toscana. I film che si sono poi susseguiti, a distanza di due anni l’uno dall’altro, hanno riscosso risultati di critica e di pubblico notevolmente inferiori alle aspettative, forse proprio perché non ha avuto il coraggio di cambiare se stesso, quel coraggio che gli ha dato “Il ciclone”, e che poi pian piano si è assottigliato, quasi svanito. Si può constatare però una cosa: che per far ridere non bisogna usare per forza il turpiloquio, scadendo nella volgarità (e banalità) per strappare una risata a tutti i costi, dimostrando intelligenza e approvazione di tutti, non solo del pubblico. Lo denota il fatto che un maestro della commedia all’italiana come Mario Monicelli, abbia prestato la sua voce per un personaggio sempre presente nei dialoghi del film, ma misterioso al tempo stesso, non apparendo mai. Il buon Leonardo non ha mai usato le scorciatoie facili, e questo gli rende onore. Anzi, ha avuto il coraggio all’inizio della carriera. Quello stesso di partenza, perché se “Il ciclone” non ci fosse stato, sarebbe stato peggio, ma molto peggio…

Federico Casamassima

“Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni (1996) – trailer ufficiale
scena dal film “Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni (1996)
brano: “2 The Night” – colonna sonora “Il ciclone” (1996)
“I laureati” di Leonardo Pieraccioni (1995) – trailer ufficiale
dal film: “Miracolo Italiano” di Enrico Oldoini (1994)
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I cinepanettoni: nascita e morte di un genere tutto italiano

cinepanettone (cinepanettone), s. m. (scherz. iron.) Il film di Natale, lo spettacolo cinematografico popolare per antonomasia. ◆ Fonte:  http://www.treccani.it/vocabolario/cinepanettone_%28Neologismi%29/

Il “cinepanettone”, che fino a pochi anni fa, dominava nelle sale cinematografiche nell’ultimo mese dell’anno e che, nei vari e molteplici trailer che si susseguivano in tutte le reti televisive, radio e  altri mass media, che ne annunciavano  l’uscita imminente e prorompente, da qualche anno ha perduto il suo “appeal”. Per capirne il “fenomeno” che all’inizio degli anni ottanta si presentava come un nuovo “boom” cinematografico, con nuovi linguaggi narrativi, l’uso gergale regionale, l’influenza della tv commerciale, bisogna essere obbiettivi. Analizzare la fenomenologia, la creazione del neologismo che identifica un genere a se stante, quindi di uso comune, il tutto da un punto di vista sociologico ancor prima che cinematografico, qualora ne esistesse uno, ovviamente. L’Italia di allora, scevra dai problemi del decennio precedente, gli anni di piombo, tra ideologismi di varia natura, avvertiva il bisogno di evadere da quella realtà, fatta di violenza in più forme, e sciogliersi da quell’abito gessato, confezionato dalla tv pubblica, che aveva una funzione pedagogica importante, ma che forse stava perdendo consensi, per l’essere troppo istituzionale e statalizzata, cose che al genere italico, non è mai piaciuto più di tanto. Lo sviluppo crescente e dominante (in tutti i sensi), della nuova tv commerciale, che fino ad allora non esisteva in Italia, sviluppatasi in particolare con la Fininvest con i suoi tre canali, proprio come quella pubblica, con programmi a volte simili, quasi fotocopiati dall’originale, rimaneggiati e sbattuti al pubblico come merce da supermercato, colorati come prodotti di igiene per la casa, contorniati da donne svestite ed ammiccanti, con sketch allusivi, quiz di ogni tipo,  spot come se piovesse (negli anni precedenti il piovere era riferito ai volantini elettorali dei partiti politici). Da qui parte l’idea di raccontarne gli elementi di cambiamento pop, quindi popolare, come l’uso del denaro inteso come marchio che vi era all’epoca,  nel mostrarsi ricchi e di conseguenza potenti, questo valeva anche per la nuova borghesia, lontana parente di quella degli anni precedenti, che era molto più erudita e utilizzava un linguaggio forbito. Da qui si nota però una sostanziale differenza con la cosiddetta “commedia all’italiana”: il fatto che si creassero personaggi e linguaggi, presi in prestito dalla realtà (anche quella televisiva), e se ne facessero dei miti, senza far riflettere ma anzi avvalorandone i comportamenti come buoni e da emulare, senza più la distinzione tra ciò che si può fare e ciò che non si può (la decenza, il senso civico, il rispetto e le buone norme quotidiane), quasi fossero normali comportamenti simili, solo perché visti nei film.  Il fatto che un film si basi esclusivamente sugli incassi (ecco quindi la logica commerciale), e per questo si creda che abbia un’importanza tale da farlo annoverare bello, da vedere,  e farlo entrare nella storia del cinema, è un errore enorme. Un film entra a far parte della storia del cinema nel momento in cui esaurisce il suo percorso nelle sale (e successivamente nelle varie programmazioni tv e oggi anche piattaforme streaming), in modo tale che negli anni il ricordo rimanga vivido anche per le seguenti generazioni. Il far ridere è un’arte complicatissima, che, come sosteneva l’immenso Alberto Sordi, diventa sempre più difficile, in quanto la realtà supera la fantasia, e di molto. Si è perso il senso del ridicolo proprio della comicità circoscritta al solo cinema, diventa difficile cogliere il significato recondito di una battuta o uno sketch. Diventa quindi una moda, applicabile per un determinato periodo storico all’interno della società, e nel corso del tempo svanisce come una bolla di sapone, non lasciando traccia alcuna. Questa considerazione, si può trasporre proprio a questo cinema di genere “seriale”, ponendo all’attenzione due film, molto simili nel titolo e nelle scene (di seguito i link con descrizione delle stesse per confrontare), da cui ci si può rendere conto di come il “Cinema” abbia una funzione sociologica e narrativa della società in un determinato periodo storico. Tutto ciò non vuole né denigrare o assolvere le scelte dei produttori e i gusti del pubblico, ma vuole far capire quel tipo di cinema, attraverso il “Cinema”. Nulla di più.

Federico Casamassima

Vacanze d’inverno (1959) Vacanze di Natale (1983) e successivi  
https://www.youtube.com/watch?v=O7Awy73QnDY (L’arrivo a Cortina nel 1959) https://www.youtube.com/watch?v=d12RoYOYa_8 (L’arrivo a Cortina nel 1983)
  https://www.youtube.com/watch?v=6xG4lHsc_SU  (L’arrivo a Cortina nel 1999)
https://www.youtube.com/watch?v=QEtL5bpGxMY (Alberto Sordi – La discesa del Col  Drusciè nel 1959 – in pista con gli sci)   https://www.youtube.com/watch?v=S2ZnJJQHQ4s (Vacanze di Natale 95in pista con gli sci)  
https://www.youtube.com/watch?v=mZ61floMmro  (La festa di capodanno)   https://www.youtube.com/watch?v=MfwBR-xHnik  (Vacanze di Natale 1983 – la festa di capodanno)  
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“Il primo Natale”… secondo Ficarra e Picone

Già dal titolo, semplice e diretto, si capisce che l’accezione abusata ma ormai comune del Natale come mera festa consumistica, non sarà presente nel film.  Il “Natale” come ormai troppo spesso abbiamo visto e rivisto in modo seriale nei film in uscita nelle festività natalizie, viene accantonato per far posto al vero significato del Natale, inteso come festa della natività di Gesù, tra credo religioso e accoglienza verso i poveri. Fin dall’inizio del film si nota subito questa cosa, dal personaggio di Salvo, ladro ateo di oggetti religiosi, che nell’ironico quanto spietato sarcasmo che lo contraddistingue, commenta le immagini dei barconi dei migranti come brutte da vedere, riferendosi alla bassa risoluzione della tv che vorrebbe comprare, ricordando qualora ce ne fosse bisogno la realtà disumana dei nostri tempi.  L’altro personaggio interpretato da Valentino, un prete meticoloso in ogni situazione, alla spasmodica ricerca delle persone giuste da inserire nel presepe vivente che si svolge ogni anno, fa il casting di tutto il piccolo paese, nella speranza vana che la rappresentazione del presepe umano, risulti migliore rispetto a quelle del passato. Proprio nei provini, bizzarri quanto surreali, ma meno spietati rispetto alla consuetudine televisiva, avviene l’incontro tra i due, dove il ladro si mostra il più credibile nella parte di Giuseppe, solamente per poi derubare il bambino Gesù, oggetto sacro, per poi guadagnarci. Il piano fallisce e, nell’inseguimento tra i due, prete “guardia” e ateo “ladro”, per un escamotage usato molto spesso nel cinema, i due si ritrovano in Palestina, nell’anno zero, poco prima della nascita del Messia, senza sapere come ci sono arrivati e come possono fare per tornare indietro.  Da qui le gag dei due sono moltissime, il sottile gioco tra ateismo e fede attraverso riferimenti passati e presenti è molto divertente e fa riflettere non solo su questi temi, ma anche sui valori svaniti come quelli dell’amicizia e dell’altruismo verso gli altri. Ancora una volta il duo siciliano, fa ridere, sorridere e riflettere con garbo, senza mai scadere nella volgarità, con ironia, sarcasmo, cinismo, tutti elementi dosati in modo scientifico, propri di quella commedia italiana che fu, e che in molti si appropriano indebitamente senza sapere cosa sia realmente, solo per gli “utili” motivi del box office, tralasciando la vera essenza del Cinema. Bravi Salvo e Valentino, ancora una volta avete saputo parlare ad un pubblico ampio, di tutte le fasce di età, e questo è il riconoscimento più gratificante e bello per chi fa Cinema, non suddividere le persone in categorie o target in base a classi sociali, culturali o anagrafiche, rivolgendosi a tutti in modo indistinto. La filmografia, anzi la vostra carriera venticinquennale lo dimostra.   

Federico Casamassima

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Quando il Cinema si fa “serial”

DOWNTON ABBEY: IL PERCORSO INCONSUETO DAL SERIAL TV AL CINEMA…

Traslazione compiuta (e riuscita) della omonima serie tv di successo, giunta al completamento della sesta stagione, approda d’impatto nelle sale cinematografiche. Gli elementi basilari ovviamente rimangono gli stessi, dalle ambientazioni in perfetto stile british, come la sontuosa dimora di Downton Abbey della famiglia Crawley, protagonista in tutti i suoi gradi di parentela, ivi compresi i gradi dell’intera servitù, in cui tutto scorre con moto perpetuo, con dialoghi di certo non serrati, ma cadenzati con quell’inglese “old style”, con quelle note di sarcasmo sparso qua e là, condito come se fosse un ingrediente proveniente dai sottostanti segreti meandri delle cucine, pronto poi per essere servito all’occorrenza sui lunghi tavoli dei fastosi pranzi e cene. La trama si sviluppa in modo scorrevole e frizzante, imperniata con trame e sottotrame tra tutti i vari parenti, ognuno dei quali con buone dosi di invidia reciproca, cupidigia, bramosia e concupiscienza in ogni ordine e grado di parentela. Il file rouge del film si apre con un postino che ha il compito di consegnare una missiva (con tanto di timbro reale), alla famiglia aristocratica di Dowton Abbey, attraversando le sconfinate campagne inglesi, irradiate (si fa per dire), dall’albeggiare del sole, utile a svegliare le maestranze e successivamente gli inquilini. La quiete della comunità di Downton Abbey, viene scalfita nella sua natura più pura, quando si apprende la notizia della visita dei reali inglesi, che, nell’andare in visita istituzionale già programmata, questi decidono di fermarsi per un solo giorno all’interno della sontuosa dimora. L’evento, che dovrebbe portare prestigio, si trasformerà ben presto in tutt’altro, altalenando un gioco di specchi tra lo strato aristocratico visibile e il substrato della servitù. Quando però si apprende anche la notizia che i reali saranno accompagnati dai loro servitori al seguito, l’invidia diventerà protagonista nei sotterranei delle cucine, tra le due squadre di domestici, e nei piani alti, tra le due famiglie di sangue blu, condita sempre con battute al fulmicotone. Sapranno sovvertire le rigide regole conservatrici, ovviando all’annoso problema tra tradimento reale o orgoglio famigliare? Il microcosmo inglese rimarrà lo stesso oppure cambierà con “lo stato dell’arte”?

Federico Casamassima

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Genesi di “Quelli che… il Cinema…”

Questo blog nasce dall’idea di condividere la mia (e spero anche vostra) passione ‘viscerale’ per il Cinema, inteso come luogo: uno spazio “neutro” in cui si entra in punti di piedi, in segno di rispetto e ossequio verso il film che si andrà a vedere, e anche verso tutte le persone che ne hanno fatto parte per realizzarlo. Il luogo, che potremmo definire come una sorta di chiesa “laica” in cui ci si siede, scegliendo il posto più comodo per vedere ed ascoltare, si “prega” (a volte alcuni lo fanno, come il sottoscritto) che il film sia piacevole e scorra tranquillamente, senza che si alzi il polso ogni cinque minuti, per vedere quanto manca alla fine, che non si riveli una brutta sorpresa rispetto a ciò che si è letto nelle variegate riviste del settore, e non solo. All’interno della sala cinematografica, si viene “avvolti” dal film, e guidati verso un percorso narrativo che suscita emozioni a volte contrastanti tra loro. Si piange, si ride, si riflette, si ha paura, a volte si pensa ad altro tranne al film, si vorrebbe uscire dalla sala, ma la curiosità di come andrà a finire, è tale che si rimane incollati alla poltrona in modo inconscio. Il Cinema è per definizione “La Settima Arte”, raccoglie ad esso tutte le altre. Il “laico” silenzio diventa sostanza, che purtroppo non si ritrova fuori dalla sala, nel mondo esterno. Quel mondo esterno, fatto di quel “reale fittizio” che spesso stride con il mondo della celluloide, anzi del digitale ora, fatto di una “finzione reale” propria del Cinema, in cui tutto sembra “vero”, e invece la finzione che già si conosce non è tale. La “Fabbrica dei Sogni”, in cui tutto si pensa, si costruisce, si realizza e poi si disfa, il tutto mettendo in atto escamotage più o meno nascosti, in modo da percepire che il tempo sia realmente vero, oppure si vorrebbe che lo fosse, tutto mentre si sta seduti, inchiodati alla poltrona. Il tempo in quanto tale, nel Cinema non esiste, già all’inizio del film, si annulla. Lo spazio-tempo, come una sorta di incantesimo, annulla in un istante, tutti i problemi più disparati che si hanno nell’altro “tempo”, quello reale-fittizio. Si gioca spesso con il tempo, si vivono periodi storici passati, presenti, futuri e futuribili, in cui ci si immagina come sarebbe se ciò accadesse nella realtà, o se ciò sarebbe meglio che non accada mai, dipende dalla storie narrate. Anche il film, in fondo non ha un tempo.  Ha un tempo preciso che si può definire nella data di uscita nelle sale, è come un fil rouge, dura nel tempo. La vita di un film inizia proprio nel momento  in cui la stessa si conclude nelle sale, e da quel momento si avvia verso un nuovo percorso. Si tramanda  tra generazioni, spesso si operano chirurgicamente, operazioni di “restyling”, affinché possa essere visto come se fosse una “prima visione”, in modo tale da riprodurre le stesse emozioni nelle nuove generazioni, come se fosse una fiaba raccontata e vissuta in prima persona, non più in terza. Tutto questo può essere considerato qualcosa di magico, perché provoca stupore, di qualunque tipo esso sia. Ma in fondo, se il Cinema è da sempre definito “La Fabbrica dei Sogni”, il sognare è una forma di magia, in cui tutti noi possiamo creare un nostro mondo, dove mai nessuno, al di fuori di noi stessi, potrà entrare fino in fondo.

FEDERICO CASAMASSIMA